Sincronicità: un paradigma per la mente
Riflessioni sull'intelligenza artificiale - Oscar Bettelli
11) La sincronicità
Le sincronicità sono caratterizzate dall'unione di universale e particolare che si realizza in una coincidenza di fatti.
L'essenza dell'universo viene anche rilevata in campo scientifico, in cui strutture, simmetrie e leggi matematiche fungono da elementi di interconnessione fra numerosi fatti specifici.
La scienza ha convenzionalmente accettato che tali leggi matematiche siano in natura puramente descrittive; è, tuttavia, possibile che al di là dei fenomeni del mondo materiale vi sia un ordine generativo e formativo chiamato intelligenza oggettiva.
È possibile che al di sotto della coscienza e dell'inconscio personale freudiano esista un livello mentale collettivo e universale.
A questo proposito Jung sostiene l'esistenza di un inconscio collettivo.
Esattamente come le particelle elementari sono supportate da una danza che trascende il mondo materiale, la mente esiste grazie alla dinamica presente ad un livello più profondo. Al di là della mente e della materia vi sono strutture e simmetrie che hanno effetti generativi e stimolatori. Durante una sincronicità è possibile, per un istante, sfiorare questi livelli profondi.
Nella congiunzione di coincidenze è racchiuso qualcosa di veramente universale, che tocca l'essenza della creazione e dei ritmi basilari dell'esistenza.
Le particelle elementari hanno una conoscenza dello stato occupato da altre particelle, vedi il principio di esclusione di Pauli:
- come è possibile che questa interazione avvenga, su quali canali informativi si basa?
- Esiste forse una struttura informativa a livello sub-quantistico?
- Quale potrebbe essere il lato obiettivo di una "correlazione acausale"?
Si può ipotizzare che una struttura relativa ad esperienze interiori ed esteriori può scaturire da un ordine comune a entrambe.
Le sincronicità originano in un sostrato che giace a un livello più profondo rispetto a quello delle categorie di conoscenza e sfida ogni tentativo di porre limiti e divisioni mentali fra i vari settori dell'esperienza. In altri termini le sincronicità sono manifestazioni nella mente e nella materia, di un sostrato sconosciuto che le origina.
È probabile che esistano degli ordini analoghi sia nella coscienza che nella materia.
Il parallelismo riscontrabile fra aspetti oggettivi e soggettivi non scaturirebbe da connessioni causali, ma da una dinamica nascosta comune a entrambi.
Le sincronicità ci sfidano a tentare la costruzione di un ponte con un'estremità saldamente radicata nell'obiettività della scienza e con l'altra ancorata, invece, nella soggettività dei valori personali.
Consideriamo la seguente affermazione (Hume):
La semplice osservazione di due oggetti o due azioni, in qualche modo correlati, non può implicare un'idea di potere o di connessione causale esistente fra loro.
Se osserviamo i meccanismi di percezione ci rendiamo conto che, al contrario, è proprio questa la supposizione che viene fatta, ed eventualmente in seguito confutata, dal giudizio intuitivo.
L'osservazione di una coincidenza porta il pensiero intuitivo a creare una connessione tra eventi che esula per significato la contingenza dell'atto osservativo.
Il ragionamento basato sulla concatenazione di
elementi causali si basa su alcune convinzioni:
- Due fatti sono distinti l'uno dall'altro senza alcuna possibilità di dubbio ed hanno esistenza propria come, ad esempio, due corpi dai limiti ben definiti.
- Contatti, forze o influenze vengono trasmessi da un corpo o da un fatto all'altro.
- Fra la causa avvenuta nel passato e l'effetto che si verifica nel presente passa chiaramente un certo lasso di tempo.
Viceversa il mondo soggettivo non risponde a queste convinzioni, ma piuttosto:
- I fatti non sono chiaramente distinti né indipendenti.
- Non vi è una precisa influenza esercitata da un fatto su di un altro.
- Il tempo non è lineare né privo di ambiguità.
Finché oggetti ed eventi sono netti e distinguibili, finché le forze sono ben definite e il tempo scorre, collettivamente e senza turbamenti allora la concezione di causalità non crea problemi di sorta.
Ma quando la scienza sonda più a fondo un universo di flussi interiori e di evoluzioni dinamiche, di sottili influenze e criteri cronologici che si intersecano tra loro, le concatenazioni causali non possono più essere analizzate e ricondotte a connessioni lineari di singoli fatti. Il concetto stesso di causalità inizia a vacillare e a perdere un po’ della sua efficacia.
La fisica moderna ha modificato la posizione dell'osservatore, non più esterno ai fenomeni ed assolutamente obiettivo ma esso stesso partecipe degli eventi che osserva.
L'azione di osservare perturba il sistema quantistico sino al punto che non è più possibile trascurare l'interazione dell'osservatore con il fenomeno osservato.
Le equazioni d'onda che governano il comportamento delle particelle elementari sono rigorosamente deterministiche nella loro formulazione matematica, ma gli eventi che descrivono sono per loro natura statistici, ovvero singolarmente imprevedibili.
È difficile riflettere sugli stati e gli eventi mentali, perché questi non possono essere osservati direttamente, e perché non sono affatto cose fisiche e tangibili.
Esiste un punto di vista secondo il quale l'esperienza garantisce una comprensione della vita mentale.
All'inizio il metodo principale di studio delle cognizioni era l'introspezione; si pensava che osservando la propria mente dall'interno fosse possibile scoprire in che modo si svolgono le attività cognitive.
L'introspezione non si è però dimostrata efficace nella comprensione dei processi mentali in genere.
Anzitutto, molte delle nostre capacità appaiono del tutto indipendenti dall'esperienza cosciente.
Consideriamo i processi di memoria: non sapete come recuperate i nomi dalla memoria, eppure deve esistere un processo che ha per effetto il recupero delle informazioni dalla memoria.
La sensazione che un nome è stato recuperato esattamente deve avere una modalità di conferma a noi del tutto sconosciuta.
Consideriamo il linguaggio: noi comprendiamo il linguaggio parlato, eppure non sappiamo in che modo avvenga la comprensione, anzi non riusciamo nemmeno ad immaginare un algoritmo che produca lo stesso effetto; possiamo definire il processo di comprensione solo sulla base delle risposte e non cosa esso sia in essenza.
L'approccio dell'elaborazione dell'informazione incorpora di solito l'assunzione che ciò che potremmo chiamare "attività mentale" ha luogo nel cervello, e che ogni compito che eseguiamo, ogni decisione che prendiamo, sono effetto dell'attività del cervello.
In pratica, però, si sa ben poco del modo esatto in cui molte funzioni sono realizzate dal cervello.
L'esistenza dei computer ci consente di ipotizzare modalità di funzionamento astratte basate sulla teoria dell'informazione.
Si può assumere che i dati siano immagazzinati nella memoria, che le informazioni immagazzinate siano utilizzate da un meccanismo cerebrale di controllo, che le rappresentazioni dei problemi che cerchiamo di risolvere siano conservate temporaneamente nel cervello.
Il problema diviene allora quello di scoprire quali fattori influenzano il modo in cui vengono immagazzinate le diverse informazioni in quali stadi dell'elaborazione vengono recuperati e usati certi tipi di informazione, quali sono i fattori che limitano la facilità con cui può essere risolto un problema, quali possono essere gli algoritmi che meglio emulano il comportamento osservato.
Un primo componente da esaminare è la memoria, in particolare la cosiddetta memoria a lungo termine.
Nella memoria a lungo termine vi è conservato tutto quel che sappiamo e crediamo, quel che siamo capaci di fare, ogni abilità che possediamo. Non sembra esistere un limite alla mole di dati che possono essere conservati nella memoria a lungo termine.
Una proprietà notevole della memoria a lungo termine è la facilità con cui permette il recupero delle informazioni; in generale è sufficientemente accurato e sorprendentemente rapido.