Piramide di Cheope: Pi greco e/o sezione aurea?
Le piramidi della piana di Giza: Micerino, Chefren e Cheope
Autore dei testi: Gaetano Barbella.
Elaborazione web by Visibilmente.
PI greco (π) e sezione aurea
Il canone di
pi greco sussiste di fatto nel tema cheopiano. La scienza della matematica ci ha permesso di stabilire che il canone di pi greco è inapplicabile, mentre quello della sezione aurea lo è. Come per dire che oggi non abbiamo scusanti se persistiamo su questa credenza. Tuttavia in via di principio resta nell'uomo sempre fortemente incidente l'influenza "lucifera" (pi greco) rivolta alla perfezione e rifiutando il compromesso il cui emblema risiede appunto nella sezione aurea. Però sin da principio, pur avendo deciso per il titolo di questo saggio, «
Piramide di Cheope: pi greco e/o sezione aurea?», dal sapore di provocazione verso gli opinionisti favorevoli a pi greco e sezione aurea a braccetto attraverso la piramide di Cheope, devo ammettere che in cuor mio sentivo una forza non razionale che mi spingeva verso questa concezione che a rigor di scienza non era possibile.
Questo per dire che la provocazione sembrava ritorcersi in me continuando a interagire, tale da rendere a volte instabile la mia ragione. In seguito ho capito che questo era a causa (o per merito?) del potere dei due numeri gemelli del coseno e tangente uguali fra loro derivati dalla sezione aurea, come si è visto. E poi, riprendendo l'idea che il re Cheope, pur ligio ai canoni religiosi del suo tempo, non poteva evitare di dar retta ad un «briciolo di superbia» nell'erigere il grande monumento della piramide, mi sono chiesto fin quanto la maestosità che ne derivava per la dimensione, e tutto il resto del mausoleo, era da stimarsi spirituale per eludere l'ipotizzato fatto esclusivamente personale?
Ma qual'è quell'uomo, sin dai primordi ad oggi, che sia stato capace di annullare in lui il desiderio di ambizione, presupposto comprensibile del senso dell'esistere come essere senziente, per convertire ogni cosa in volontà sacrificale?
Tanto più che re Cheope non poteva svincolarsi da questo pur "sacro" dilemma della vita. Serve, appunto, la "geometria" emergente dal presente mio saggio, per condurre il lettore, quale moderno neofita, alla consapevolezza iniziatica dell'argomentata sacralità che lega la vita alla morte.
Continuamente ogni uomo, secondo la sua indole correlata allo stato sociale e culturale, si dispone a trovare spiragli a lui congeniali per partecipare al gioco della vita dove -si dice- vigono razionalità e buon senso. Chi è portato come me a riflessioni fuori dal comune, si rende conto che non è così, perché in vita per mantenersi a galla c'è bisogno di procedere in questo modo. Per la semplice ragione che nel punto focale, inconcepibilmente stretto (
il «pertugio» infero dantesco), ove tutto deve passare "morendo", ma invertendosi, ha bisogno, nei limiti della possibilità, che ciò che vi passa sia "dimensionalmente" prossimo all'equità. Altrimenti subentrano forzature, non potendosi modificare l'orifizio: di qui gioie e dolori.
Ecco che si fa strada la matematica dei numeri della serie di Fibonacci (Leonardo da Pisa o Leonardo Pisano) con i rispettivi rapporti che devono essere sempre più grandi per dar luogo al meglio che si può ed approssimarsi alla sezione aurea. Qui c'è il passaggio ideale dei due numeri uguali fra loro, i gemelli del coseno e tangente della trigonometria corrispondenti al seno ovvero la sezione aurea, 0,61803 con infinite cifre decimali. Sapete in che modo si genera la vita, ma anche la morte, senza il rispettivo guadagno? Il fatto che nei vicinissimi paraggi dell'equo 0,61803 e tanti gnomi, c'è il superbo per antonomasia che non si lega a nessuno, 0,61766, anche lui con i sui gnomi, però infidi (
sen arctg 1/4 pi greco = 0,61766...). Avrete capito che si tratta di quelli della razza di pi greco, i luciferi della
"perfetta circolarità" indisposti a cedere e per questo nel passaggio fatale si ingenerano gorghi mortali (le mitiche gorgoni non sono delle fantasie!): di qui non solo la comune morte ma anche quella della coscienza che non si conserva perché va in frantumi. E questi frantumi sono preziosi perché si aggregano ai due "gemelli" argomentati e passano il varco ed è così che si propongono nuove concezioni nel genere umano, nuove civiltà e la vita progredisce (
Ecco la metafora di Ulisse omerico e compagni camuffati da pecore che si beffano di Polifemo, con un occhio e non con due). Questo porta a far affievolire la memoria del passato (
«...Un punto solo m'è maggior letargo...»: Par. XXXIII, 96 di
Dante).
Ritorniamo alla piramide di Cheope.
Dei tanti misteri dell’archeomitologia, sulla piramide di Cheope non si contano più i ricercatori che si sono addentrati nei suoi “corridoi”, “soffitte” e “cantinati”, cercando segreti reconditi persino con i robot.
Elogio questo per i grandi risultati ottenuti. In quanto poi a fare la stessa cosa in termini matematici, poiché tutti i ricercatori hanno sempre convenuto che la Grande Piramide è stata edificata su tali canoni, io posso dimostrare che le cose non stanno allo stesso modo. E' affermato, a pié sospinto, che gli antichi egizi conoscevano molto bene pi greco e la sezione aurea, ma come può essere una simile cosa con l’empirismo con cui essi vi si accostavano? Può servire, per esempio, il reperto del
papiro di Rhind che vede negli
8/9 del diametro di un cerchio il relativo
«quarto della circonferenza», chiaramente abbastanza alla larga del reale valore di
1/4 di pi greco che oggi conosciamo con molta approssimazione. Con questo non si vuol negare agli antichi egizi cognizioni matematiche di grande levatura, immaginandole espresse emblematicamente dietro le quinte del monumento piramidale di Cheope. Io ho la
convinzione che i tanti
ideogrammi, e altro, del vecchio mondo egizio costituiscano la prova a riguardo. Tutto ciò aveva modo di interagire inconsciamente per una mente matematica in formazione e quindi rivelarsi esclusivamente in modo intuitivo e poco o meno che poco in pratica. Questa concezione della
mente umana in formazione, "razionalizzata" dalla ferrea disciplina della matematica, è il tema di un mio saggio,
«Alle radici dell'intelligenza matematica - Il pensare geometrico degli antichi egizi» (5). Leggendola vi accorgerete che è una lettura interessante e stimolante che ha il pregio di valere come contributo nell'interpretazione geometrica di disegni, fregi, immagini tratte dal mondo egizio.
Ciò che emerge luminosamente è che il saggio suddetto si rivela una lettura in chiave geometrica razionale, tale da poter appassionare i matematici in particolare: perché contribuirebbe a dimostrare che la geometria è insita nelle cose dell'essere umano, anche dell'arte; perché il loro uso, anche inconsapevole, è spontaneo; perché la geometria è insita nel comportamento umano pittorico, rappresentativo; perché - e questo conta per tutti - è nel pensiero geometrico il segno di quella piccola e prodigiosa
"e" capace di tenere per mano, come due amorosi, Scienza con Spirito. Si sarà capito immediatamente che
"e" di congiunzione trova mirabile espressione matematica nella sezione aureo e a ragione di ciò è stato considerato quale numero d'oro.