Piramide di Cheope: Pi greco e/o sezione aurea?
Le piramidi della piana di Giza: Micerino, Chefren e Cheope
Autore dei testi: Gaetano Barbella.
Elaborazione web by Visibilmente.
IL «PI GRECO» CHEOPIANO IN CAMMINO: IL CLINAMEN DI ANI
A conclusione del capitolo di
«Pi greco», mi sono posto questa domanda:
«C'è da chiedersi quale sarà stata la forza attiva, "agente" nell'egizio di quel tempo, a germinare un simile stato di grazia?», avendo riconosciuto negli antichi una civiltà fortemente progredita, soprattutto sul piano sociale. Li per li l'ho attribuita alla pratica quasi liturgica della sezione aurea, ma è un fatto matematico piuttosto generico. Certamente questo popolo nordafricano, che si affacciava nel Mediterraneo, si stava predisponendo nel tempo passato a far da coppa graalica di preziosità, ancora inaccertate, all'Europa in formazione sotto la ferrea disciplina della Roma appena sorgente. Mi sono detto, forse, indagando con fiducia “nella soffitta” di qualche scriba modello, con il favore della sorte, si potrebbe trovare un punto d’appoggio su cui far leva con criterio scientifico per pervenire alla chiarezza di quest’enigma,
non trovando risposte concrete da parte della scienza ufficiale in merito. Il caso ha voluto pormi davanti agli occhi, in più di un’occasione, la riproduzione di un
papiro egizio del quale mi ha colpito un particolare che porterà, poi, ad una mia supposizione sbalorditiva.
(TAV.06):

Questo papiro, insieme con un altro, attribuiti allo
scriba Ani, furono rinvenuti, in seguito a scavi archeologi, a Tebe nella tomba omonima risalente alla XIX dinastia dei Re d’Egitto, presumibilmente del 1240 a.C. Si tratta della rappresentazione relativa al
«peso del cuore di Ani», esposto al British Museum di Londra. Osservando attentamente questo papiro, così ricco di rappresentazioni cariche di effetti cromatici, mi è sorto a prima vista l’idea di raggruppamenti ben assortiti, e già questo mi è apparso un chiaro segno di un ricercato equilibrio armonioso in coerenza alla specifica funzione di
“bilancia del cuore”, da considerare, naturalmente, sul piano “animico”. Il tutto, visto in chiave ingegneristica, è, innegabilmente, una meravigliosa “progettazione”, fin troppo, accurata nei minimi dettagli. Arrivando al dunque ciò che veramente mi ha sbalordito è la constatazione di una concezione di una legge fisica posta in atto, che solo 3030 anni dopo, circa, cominciava a delinearsi in Europa.
Ciò che lascia di stucco, e che traspare in modo evidente, è
la disposizione, chiaramente, inclinata del telaio di “pesatura”, rispetto un’ideale verticalità, tanto più, che questa cosa non si riscontra in altre rappresentazioni simili in generale,
(TAV.07):

eccetto alcune. Stando alla legge di gravità, concepita a quei tempi, i piatti della bilancia e il cuore di Ani, da considerare come dei “gravi” privi di “vincoli” terreni, dovevano essere rappresentati secondo una perfetta verticale. Infatti, gran parte di rappresentazioni come quella in causa è in armonia con quest'apparente “erronea” concezione scientifica, ma, Ani, da zelante Scriba, invece, vi contravviene e predispone le cose nel modo riscontrato. A questo punto, ho dovuto ammettere che Ani e, forse, altri a lui “vicini”, immaginavano cose fuori della concezione culturale corrente di quel tempo. Andando a fondo alla riscontrata “anomala” disposizione del telaio di pesatura di Ani, da buon progettista di automazioni meccaniche, nonché sufficiente conoscitore di problemi generali di fisica planetaria, ho dovuto ammettere che fosse in stretta aderenza al noto fenomeno della
fisica planetaria della «deviazione» della direzione dei corpi in movimento sulla terra in relazione alla forza di gravità.
Più particolarmente, si tratta di variazioni, combinate, dell’assetto gravitazionale dei gravi in genere, dovute alla rotazione della terra, appunto, e il variare della relativa latitudine.
La
legge di Ferrel perfeziona questo fenomeno affermando che un corpo non vincolato in movimento nel nostro emisfero è deviato verso destra rispetto alla direzione del suo movimento; nell’emisfero australe è deviato verso sinistra
(6). È proprio questa deviazione, verso destra o verso sinistra, che, trova riscontro nel papiro di Ani, oltre all’altra già rilevata (l’inclinazione del telaio di pesatura), che scuote. Non si può dare altra spiegazione logica all’evidente rappresentazione del piedistallo centrale che regge il bilico in osservazione. È il classico disegno di uno “spaccato” («sezione» in termine tecnico), eseguito col preciso scopo di far vedere che l’asta “potrebbe” ruotare nella sede del relativo supporto. Naturalmente non si ricorrerebbe a tanto se non fosse per il fatto importante di far capire che quell’asta “potrebbe” disporsi secondo la supposta legge di Ferrel. A dire il vero questo piedistallo visto in sezione è riscontrabile anche in altri casi estranei a quello di Ani, ma non vi ha mai fatto caso nessuno. La “progettazione” del supporto in questione è spinta a tal punto da lasciar intravedere, persino, i possibili “cuscinetti” di guida attraverso due visibili coppie di “anelli”! Nell’insieme, il disegno di Ani, vale quanto una straordinaria orchestra degna di scroscianti applausi. Persino il dio del male,
Seth, alla destra in basso di Thoth, fa la sua parte a meraviglia fungendo da sistema a “galleggiante”, a misura che gli perviene da Thoth, una certa insostanziale “energia” attraverso una sorta di “coda” penzolone, che si potrebbe associare ad una “messa a terra” di sicurezza, simile a quelle delle macchine elettriche, per far mantenere a giusto regime la condizione di “galleggiamento” sul presunto “liquido” sottostante. Seth, così come rappresentato, sembra un “otre” in cui è convogliata la supposta “energia” con una specie di “turbina” posta sotto la sua ascella. Ho voluto rilevare, a bella posta, questo lato del meccanismo del bilico di Ani, simbolicamente per niente amabile, eppure, se si riflette, proprio dalla buona condizione di questo “pallone gonfiato”, stimato, al limite, con corrispondenze terrene, come una concezione immonda, dipende il «giudizio» del «peso del cuore» di Ani. La stessa cosa dicasi del simile a “scimmia” non si capisce bene però, sulla sommità dell’asta verticale del “bilico”, dalla cui coda e zampe, dipende il rilascio della leva cui è sospeso il cuore in causa e la possibile conseguente compromissione.
Discostandoci da quest’analisi, non si potrà mai sostenere che gli antichi egizi dell’epoca intorno al 1240 a.C., quella ritenuta per il papiro di Ani, elaborassero macchine sulla scorta delle conoscenze come quelle testé rilevate per Ani. In tal caso, non resta che accettare una sola cosa: che si tratta di “macchine interiori”, forse capaci di esplicare “poteri” straordinari inconcepibili che non sapremo mai. Meglio ancora, come più razionale spiegazione, è ammettere che tutto ciò, e altre possibili cose del genere rilevabili con un’attenta indagine di tutti i reperti archeologici antichi, non solo dell’Egitto, pongono in evidenza che i “poteri”, argomentati, siano connessi ad una
“visione” animica-spirituale ben precisa, definibile
«lucida» e non «medianica» così come rilevabile ancora oggi in molti uomini e donne interpreti di inspiegabili “percezioni” che la scienza non riesce a catalogare.
Dunque, tirando un pò di somme, sembra che sia emerso un certo “agente” dei miracoli alla base dello stato di grazia degli antichi egizi, argomentato all’inizio e che mi ero proposto di “scovare”. Il caso di Ani, con la rilevata “inclinazione” dell’asse di gravità che si discosta dalla concezione ortodossa, assunta secondo l’assetto “verticale”, potrebbe portare alla consapevolezza del presumibile preannuncio della fine dell’epoca faraonica e la possibile nascita di una nuova Terra particolare, in seno all’uomo, capace di un certo “muoversi” animico.
Ani si potrebbe considerare il Galileo Galileo del suo tempo, forse anche lui soggetto alle stesse analoghe ostilità del Clero vigente. Non escluderei dei collegamenti a priori con il tentativo “eretico” del faraone Akhenaton vissuto il secolo precedente, circa. Fa pensare molto un fatto poco chiaro di questo re preso dall’euforia per la sfrenata costruzione di nuovi templi in onore di Aton a dispetto della classe sacerdotale che lo osteggiava. Nel quinto anno della sua ascesa al trono accade qualcosa che cambierà, da quel momento, il corso della storia di questo reame.
«Akhenaton non riesce a raccontare ciò che accadde realmente, ma di certo la cosa lo mandò su tutte le furie», dice l’egittologo Bill Munarne.
«In un’iscrizione trovata ad Amarna il faraone inveisce contro questo “qualcosa”, definendolo la cosa peggiore capitata. Secondo me, i sacerdoti ne avevano abbastanza; serrarono i ranghi e gli intimarono di piantarla. E lui per tutta risposta abbandonò Tebe» (7).
Per alcuni studiosi (fra questi anche
Sigmund Freud)
Akhenaton era un visionario, un profeta la cui forma di monoteismo avrebbe in qualche modo ispirato Mosè, vissuto un secolo dopo. Nel millennio successivo, nasce la teoria atomista, dei greci
Leucippo e
Democrito, cui apporta correzioni sostanziali il filosofo greco
Epicuro, come si è visto nel capitolo
precedente, per sostenere la sua dottrina del
«canone della verità». Il discorso su Ani, a questo punto, volge alla conclusione tanto attesa della visione mentale di
Gea, la terra, di ordine sferico dopo aver intravisto una legge fisica, quella di Ferrel, scoperta solo poco più di due secoli fa, in azione attraverso il Papiro di Ani della pesatura del cuore. Comunque resta il fatto che l'inclinazione del bilico lascia pensare che Ani sia un certo capostipite - mettiamo anche con possibili altri simili a lui che non so - di un'umanità in embrione del genere nuovo. Ma il fatto di ordine squisitamente fisico che vi sta a monte è che la legge di Ferrel riguarda il comportamento dei gravi sulla Terra in conseguenza della sua sfericità.
Che vuol dire questo? Che il «pensare geometrico» degli antichi egizi del 2530 a.C. circa (dell'epoca della quarta Dinastia cui appartiene Cheope), ovvero del periodo antidiluviano e poco oltre, in virtù del genere di scriba “Ani”, 1300 dopo (1230 a.C), si evolve facendo concepire concretamente un
«pensare globale».

Di qui, dopo meno di un millennio (nel 300 a.C.), la giusta capacità intellettiva per concepire le note ipotesi atomistiche di Leucippo, Democrito ed Epicuro. E poi ci vuole un altro millennio e mezzo, per affacciarci al Medio Evo e veder nascere uno dei primi veri scienziati, se pur ancora intriso di alchimia:
Ruggero Bacone (9) (1214-1294).
Questi osò criticare la tendenza a ricercare anzitutto, in un fatto sperimentale, l'accordo con le Sacre Scritture e la teoria di Aristotile. Egli stesso asserì che il sistema astronomico costruito da Tolomeo doveva essere falso, e pare che si sia reso conto prima di Galileo che le matematiche dovevano costituire la base dell'istruzione, e l'esperienza la base della conoscenza scientifica. Apparivano così i segni di un'era nuova: come i greci si erano liberati dei miti laicizzandoli, gli spiriti del Rinascimento cominciavano a liberarsi dai ceppi aristotelici nei quali li teneva avvinti il Medio Evo.
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